Lo Stato e il Gioco
lo Stato ha un rapporto assai controverso con il gioco d’azzardo. Da un lato finanzia campagne contro la ludopatia, ossia contro la degenerazione patologica di questo vizio. Dall’altro guadagna dalla diffusione di concorsi e scommesse perché su di esse gravano pesanti imposte. Per avere un’idea delle cifre di cui parliamo basti pensare che in Italia il giro d’affari che ruota intorno al gioco d’azzardo è stimato ( dato riferito al 2014) in 84,5 miliardi, una discreta fetta dei quali finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse.
Dunque se i giocatori diminuiscono o spendono di meno, come auspicano le campagne contro la ludopatia, l’erario incassa meno soldi.
Lo Stato si giustifica dicendo che la tassazione sui giochi e’ essa stessa una forma di dissuasione verso l’azzardo, ma in realtà se venissero meno i tributi garantiti dalle tasse sui giochi si aprirebbe un buco nel bilancio. E quindi, di fatto, lo Stato non ha un vero interesse a limitare la diffusione di concorsi, scommesse e slot. Come se ne esce? Credo che da questa contraddizione non si uscirà davvero mai. Del resto come diceva un vecchio ed esperto uomo politico Lo Stato e’ come il corpo umano: non tutte le sue funzioni sono nobili.

Lo Stato e il Monopolio del Tabacco

L’Italia, si sa, è un Paese pieno di contraddizioni, ma il monopolio sul fumo è particolarmente emblematico. Lo Stato, infatti, sa che il fumo nuoce gravemente alla salute di chi fuma e di chi, passivamente, frequenta un fumatore e, soprattutto, che l’età in cui si comincia a fumare si abbassa via via sempre di più. Dietro il commercio del tabacco, però, si cela un enorme conflitto di interessi: lo Stato specula su qualcosa che danneggia la salute, vendendo questa potenziale morte a lungo termine a caro prezzo, viste le tasse di cui sono gravati i tabacchi.
Però è rilevante anche evidenziare una contraddizione di base: in Italia, le malattie respiratorie costituiscono una delle cause di morte più diffuse, comportando quindi un’enorme spesa sanitaria a carico dello Stato per il trattamento di pazienti affetti da patologie attribuibili al fumo.
Secondo una stima del 2016, lo Stato ha incassato, con gli aumenti degli ultimi anni, 15 miliardi di euro l’anno dalla vendita di sigarette e affini. Togliendo a questa cifra il costo sanitario legato al fumo, lo Stato ottiene comunque un utile di circa 7,5 miliardi di euro l’anno. Per ogni pacchetto di sigarette da 5€ venduto, infatti, il guadagno dei tabaccai è pari al 10% del prezzo di vendita (0,50 centesimi), al fornitore vanno 70 centesimi, mentre lo Stato incassa 2,90€ di accisa più altri 0,90 di Iva.
A rimpinguare le casse italiane da quest’anno, però, ci sono anche le sigarette elettroniche, passate sotto il diretto controllo del Monopolio di Stato, che garantiscono introiti per oltre 300 milioni l’anno.

La normativa in materia di sigarette elettroniche
Dopo anni di negozi spuntati in ogni dove e vendite on-line senza limiti, infatti, nella legge di bilancio approvata a dicembre 2017, grazie ad un emendamento presentato in Commissione Bilancio dalla senatrice Simona Vicari, è stato deciso che dal 2018 le ricariche delle sigarette elettroniche non potranno più essere vendute su Internet, ma solo nelle tabaccherie e nei punti vendita autorizzati dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, prospettando multe molto salate per i trasgressori.
Da una parte, l’obiettivo del monopolio è quello di togliere dal commercio prodotti di scarsa qualità e dubbia provenienza; dall’altra, l’imposta sui liquidi garantirà allo Stato introiti da capogiro: 4,50€ per ogni 10mL di ricarica.
A novembre, la Corte Costituzionale, respingendo un ricorso presentato al Tar del Lazio, con una sentenza ha confermato la legittimità dell’imposta anche per i liquidi senza nicotina, tra le motivazioni ha spiegato come la sigaretta elettronica sia equiparabile alla sigaretta tradizionale e vada disincentivata «in nome del principio di precauzione, nei confronti di prodotti che potrebbero costituire un tramite verso il tabacco», in particolare per i giovanissimi, come sottolinea uno studio della University of Southern California. Non solo, sempre secondo la Corte, l’imposta ha come «finalità primaria il recupero di un’entrata erariale (l’accisa sui tabacchi lavorati) erosa dal mercato delle sigarette elettroniche».
